|
|
Una storia - 6
Che cosa cerca in lei? Ci sono state molte donne nella sua vita. Di alcune si è innamorato. Amori in genere brevi, ma quando li viveva gli sembrava che dovessero durare per sempre. Un amore non finisce mai, aveva sempre sostenuto con una buona dose di inconsapevole malafede: e in effetti, poi, era stato sempre lui a interrompere, talvolta anche in modo brutale, le sue storie; ma si giustificava dicendo a se stesso che non lo faceva perché il suo amore fosse finito, ma perché un amore più grande stava sorgendo per lui all’orizzonte. Un cinico don Giovanni allora? Sarebbe un po’ esagerato affermarlo: superata ormai la soglia dei quarant’anni, i suoi amori veri potrebbero essere contati a malapena sulle dita di una mano. E forse – come gli aveva detto un giorno un’amica che lo conosceva a fondo – non costituivano che un unico amore, rivolto a quell’unica donna che da sempre era stata davvero importante nella sua vita, cioè sua madre. Peccato che questa amica fosse una psicologa di scuola freudiana e tendesse a vedere in ogni uomo un bambino mal cresciuto e nell’età adulta null’altro che un prolungamento inconsapevole dell’infanzia. Lui aveva sempre scrollato le spalle e sorriso con sufficienza davanti a queste spiegazioni, ma gli era difficile negare che la presenza rassicurante della figura materna avesse reso felici i primi anni della sua vita, al punto da offrirgli il modello ideale, forse, per qualunque rapporto futuro fra lui e una donna. Ed essere amato, trovandosi al centro di un affetto caldissimo e avvolgente, era sempre stato – non poteva negarlo – il suo desiderio più profondo. Che cosa significava allora, per lui, innamorarsi? Null’altro forse che questo: poter entrare (o rientrare) in una simile condizione di passività sentimentale; proponendosi come l’oggetto, sia pure momentaneo, di un amore che lo colmasse e lo rassicurasse. Farsi amare, per lui, è sempre stato il significato del verbo amare.
Un atteggiamento egoistico? Certamente. Molto comodo? Forse, ma anche molto rischioso. E il rischio è per lui il più tremendo: quello di non essere più amato. Pur di evitarlo, viene creando una sorta di cerchio magico, precario e fragilissimo, intorno a sé e ai propri amori. Sa essere tenero e sensuale; sa capire a fondo; sa dare tutto se stesso; sa amare – chiede soltanto di essere ricambiato, perché solo questo è essenziale per lui. Le donne di solito stanno al gioco: lo vezzeggiano, lo curano, lo colmano di affetto: nessuna delle tre o quattro donne davvero importanti della sua vita ha mai incrinato il cerchio illusorio. Nessuna, tranne Chiara, dodici anni prima. E l’eco del dolore atroce che aveva provato quella volta, quando Chiara, gli occhi umidi di pianto e incupiti dall’angoscia, gli aveva detto di aver smesso di amarlo, si fa sentire ancora adesso, pungente, nel suo cuore. Come una minaccia. Come un oscuro memento della propria fragilità e della propria condizione di solitudine. Forse è per questo che la cerca. Per ottenere da lei una sorta di risarcimento per quel dolore lontano e insieme vicinissimo. O anche, chissà, solamente una postuma, impossibile rassicurazione su di sé, sul senso del proprio esistere, adesso, nel mondo.
Una storia - 5
Lui si stupisce di come la voce di lei al telefono sia uguale a quella che ricordava: un po' roca, profonda, ma con tonalità cangianti e sfumate, con momenti quasi di canto. La stessa voce, dopo dodici anni. Come se, a differenza del volto e in genere del corpo, proprio la voce trattenesse quell'indefinibile quid di non mutabile identità che fa di ognuno di noi quello che è e non può non essere sempre, dalla nascita fino alla morte.
La ascolta come trasognato; più che dal senso delle parole di lei affascinato dal loro suono, dalla loro cadenza e dal ritmo delle pause: una voce che, per una sorta di miracolo, proviene intatta, solo per le sue orecchie, dal passato più remoto. Quanto a lui, parla pochissimo: si accorge di ripetere spesso ciò che aveva detto un momento prima o di lasciarsi andare a banalità e frasi fatte, ma non se ne preoccupa. Si contraddice, salta da un argomento all'altro, interrompe una frase a metà, poi cessa di colpo di parlare. A volte si creano fra loro lunghi spazi di silenzio. Ma è un silenzio che non lo imbarazza, che non gli fa paura: è un silenzio di pace, che lo fa scivolare nella profondità più antica e più vera di se stesso.
La richiama altre volte e lei gli risponde. Parlano a lungo, soprattutto di notte, quando il marito di lei è spesso fuori per lavoro. Tentano, forse senza neppure saperlo, di ricucire uno strappo, di risanare una ferita antica che è di entrambi e che ancora li lega. Senza illusioni. Senza pensare al domani.
Una storia - 4
Un gesto da niente, semplicissimo, che è stato già fatto migliaia e migliaia di volte, e la tua vita può cambiare di colpo. Un gesto minimo: una leggerissima pressione del dito, nulla di più. Ma solo l'idea di poterlo fare davvero ti fa battere il cuore e ti fa sudare per l'ansia. Nella mano tieni stretto il cellulare. Hai impostato un certo numero. Sullo schermo ti appare il nome di lei. Sul tastino di chiamata è posato il tuo pollice. Basta che tu lo prema, appena un poco. Basta solo questo e la tua vita, forse, potrà cambiare. Non è buffo che il tuo futuro possa dipendere da un così minimo dispendio di energia, da un'azione-zero come questa? Fai molta più fatica anche soltanto ad aprire la porta di casa o a sfilarti i pantaloni prima di andare a dormire. E' buffo davvero, ma certamente adesso non sei disposto ad ammetterlo. La tua fronte è corrugata, i tuoi occhi sono cupi, la tua mano trema. Stai cercando di dominare te stesso, di frenarti, di irrigidirti, affinché il pollice non ti si muova da solo. Finché d'un tratto, che sia stata la tua volontà ad avere deciso o proprio il tuo pollice, il tastino viene premuto. Sì, viene premuto. E dopo qualche secondo di attesa (e di desiderio, di angoscia, di paura, di imbarazzo) ti giunge all'orecchio, come per un miracolo impreveduto, la voce di lei.
mercoledì, 16 giugno 2004
Una storia - 3
Se rivolge la mente al proprio passato è presa da un senso quasi di vertigine. Le sembra di scivolare in uno spazio nebbioso e privo di limiti, dove tutto si muova con una lentezza da sogno. Un fluire confuso di eventi e di immagini che le pare avanzare, oppure retrocedere, in modo casuale e senza alcuna logica. Ne è sgomenta, e insieme affascinata. Come se la sua vita fosse quella di un’altra. Come se i suoi occhi fossero stati da sempre coperti da una benda; e quindi non fosse stata lei a condurre la propria vita, ma fosse stata questa vita a guidarla. Sempre un velo di foschia fra lei e le cose. Perché si era innamorata di Sergio, ad esempio? Perché lo aveva lasciato? Perché, dieci anni dopo, si era sposata con Vittorio? Non c’era alcuna ragione; era andata così… Si sente soffocare. Apre la finestra. Guarda la periferia di Torino, tutto intorno, aprirsi in una distesa grigia che sfuma nella nebbia. In lontananza si intravvede una curva del Po, d’un azzurro sbiadito; molto più in là, come se galleggiassero nel cielo, le vette innevate delle Alpi. Il suo corpo è scosso da un brivido di freddo. Richiude la finestra e si acciambella sulla poltrona. Chiude gli occhi, inquieta, tremante, come se attendesse qualcosa. Passano lunghi minuti prima che il cellulare, sul tavolino accanto, inizi a squillare.
Direi che la ministoria potrebbe essere conclusa qui. Due persone che si erano amate, che forse ancora si amano, si incontrano, si lasciano. Che altro potrebbe seguire? Un nuovo rivedersi? Un nuovo, più doloroso, lasciarsi? Le solite recriminazioni e i soliti fraintendimenti legati ad ogni incontro e ad ogni separazione? Del resto, sembra che nella nostra vita non si faccia altro. Ci si vede, ci si lascia. E' tutto molto triste, ma è così. Tuttavia... tuttavia ogni separazione è diversa, perché ogni illusione d'amore è vissuta in maniera diversa da ognuno di noi, e dietro ci sono esperienze psicologiche e biografiche uniche, incomparabili. Potrebbe essere interessante, allora, provare a spingersi appena un poco oltre la superficie, per entrare, sia pure cautamente, nella storia di questi due personaggi. Come hanno vissuto, loro, la banalità del trovarsi e del lasciarsi? Come si sono autoingannati? Come hanno raggiunto, se l'hanno raggiunta, una loro verità? Sì, potrebbe essere interessante, forse...
Una storia - 2
Guarda dal finestrino con gli occhi semichiusi. Vorrebbe fermare alcune immagini del mondo di fuori – un casolare, un albero isolato, una macchina lontana – ma le sfuggono via, come i suoi pensieri, che non riesce a fissare su nulla. La cadenza ritmica dell'andatura del treno la stordisce: la fa scivolare in un inquieto stato di sopore, interrotto a tratti da pause di netta lucidità. Guarda per un momento il marito, seduto davanti a lei a leggere il giornale. Il suo presente. Poi richiude gli occhi, come per negare il senso di amarezza che le ha oscurato per un attimo la mente; e il pensiero le scivola, per una sorta di infantile e tuttavia innocua rivalsa, al suo passato. Esiste ancora - si chiede? Forse sì, come quella grande pianura velata dalla nebbia di là dal vetro; ma è ormai senza peso, lontanissimo e irraggiungibile. E anche se lui, proprio lui, le ha parlato e le ha sorriso e le ha stretto la mano – soltanto pochi minuti sono trascorsi, ha ancora negli occhi l'immagine del suo volto, appena invecchiato, appena un poco diverso da come lo ricordava – non ha più realtà di un fantasma, adesso, per lei. Potrebbe essere l'immagine di un sogno. Forse, chissà, la sua apparizione alla stazione di Milano non è stata nulla di più. "Un po' di malinconia?" chiede il marito senza alzare gli occhi dal giornale, con quel tono vagamente ironico - indizio di self control, di intelligenza, di freddezza emotiva – con cui si esprime sempre e che lei ammira, ma non è mai riuscita ad accettare pienamente. Gli sorride, cauta, le labbra contratte in una smorfia come di dolore. "Non lo so... Forse sì. Forse sì". Non è capace di mentire, è un suo limite. Sarebbe il colmo se adesso si mettesse anche a piangere.
Una storia - 1
Si sono rivisti dopo tanti anni. Un incontro brevissimo: solo pochi minuti, fra un treno e l'altro, alla stazione Centrale di Milano. In mezzo alla folla lui l'ha subito riconosciuta. Come se si fosse trovato di fronte ad un proprio pensiero e l'avesse visto di colpo prendere forma reale. Se stesso fuori da se stesso. Quasi un miracolo. Dolore? Gioia? Un'emozione strana, per lui: la stessa di allora, quella che provava ogni volta che la vedeva, eppure molto diversa. Più intensa forse, ma anche più innaturale. Come se stesse recitando, adesso, una parte. Di colui che ricorda. Di colui che soffre, ricordando. "Sei sempre bella" ha mormorato camminandole accanto lungo il marciapiedi, tanto per dire qualcosa. Con il braccio le sfiorava il braccio. Curioso: gli pareva che lei si fosse rimpicciolita. "Non scherzare, ti prego" ha mormorato lei: la stessa voce rauca, lo stesso sguardo incerto di una volta. Ha alzato in fretta la mano; si è scostata un ciuffo di capelli dalla fronte; ha tossicchiato: come faceva sempre, quando era nervosa. "Devo scappare, sai. Mio... mio marito mi aspetta, sul treno". Lui ha abbassato gli occhi. "Sì, mi sono sposata. Due anni fa". "E' buffo" si è limitato a dire. "Sì... è buffo" ha sussurrato lei. Si è fermata, lo ha guardato negli occhi per un momento. A bassissima voce, lentamente, ha sillabato il nome di lui. Come una volta. Poi è salita sul treno. E' rimasto immobile a fissare per qualche secondo la porta della carrozza, trasognato, indeciso; finché si è girato di colpo e a testa bassa, quasi correndo, si è diretto verso la biglietteria, come se fuggisse, il cuore colmo di amarezza. Aveva voglia di piangere e insieme di ridere. "Già, sarebbe proprio buffo – si diceva, trafelato – se adesso perdessi anche il treno. Così, senza nessun motivo. Ancora una volta. Come uno stupido...".
|
|
| |
|
Per chi mi vuol scrivere
tristano_ge @ yahoo.it
|
| |
|
Categorie
attualit letture poesie storie testi
|
|
Archivio
oggi
dicembre 2009
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
agosto 2009
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
aprile 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004
dicembre 2003
novembre 2003
ottobre 2003
settembre 2003
agosto 2003
|
|
*loading* visite
|
|
Qualche citazione
"Se questi miei sentimenti nascano da malattia, non so: so che, malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn'inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell'infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera" (Giacomo Leopardi, Dialogo di Tristano e di un amico).
"Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l'esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell'universo è il male; l'ordine e lo stato, le leggi, l'andamento naturale dell'universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male. Non v'è altro bene che il non essere: non altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l'universo; non è altro che un neo, un bruscolo in metafisica. L'esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un'imperfezione, un'irregolarità, una mostruosità. Ma questa imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perché tutti i mondi che esistono, per quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti né di numero né di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l'universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone della infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla" (Giacomo Leopardi).
"Confessò a se stesso di cercare il paradiso in terra e che era questo il motivo della sua depressione" (Peter Handke).
"Un'intelligenza acuta per distruggermi, e un potere di sogno desideroso di distrarmi... Una volontà morta e una riflessione che la culla come un figlio vivo..." (Bernardo Soares / Fernando Pessoa).
|
|
|
|
Qualche libro che ho appena letto
Antonio Tabucchi, Tristano muore (beh non si può dire che sia molto benaugurante per me, ma che farci? Tabucchi è un grande scrittore...)
Bruce Chatwin, Le vie dei canti
Iosif Brodskij, Dall'esilio
Eric-Emmanuel Schmitt, Milarepa
Cees Nooteboom, Il giorno dei morti
|
|
|
|
|
|
|
| |
| |
| |
|