mercoledì, 06 giugno 2007
Esistevamo solo tu ed io
in tutto l'universo. Adamo ed Eva
non erano più soli di noi due.
Tu mi guardavi. Io ti guardavo assorto.
Ogni altro volto era per me il tuo volto.
I silenzi notturni erano tuoi,
come la luce del meriggio e l'alba,
e le stagioni, e i cieli. Ogni risveglio
ci rivelava l'uno all'altro, inermi.
Senza che duri la memoria, senza
che bruci il desiderio più, chi parla
in me di te con voce
pura e lenta, chi esita
a rispondere, chi,
più distante di me, di me più fragile,
sembra dire qualcosa e forse piange
d'un pianto senza lacrime?
mercoledì, 08 giugno 2005
Voci eco di voci, suoni flebili,
sussurri a tratti. Ragnatela fònica. Lei
che in sogno chiama e ancora chiama: Orfeo…
Altre anime, ignare, che rispondono, forse
che domandano: Orfeo… e il lamento le sòffoca
di venti che sollevano, sonnolenti, un velame
frusciante – erinni alate o pipistrelli… Questo -
senza pace, lo sai – è il silenzio dell’Ade.
Siedi alla finestra
e nevica -
i tuoi capelli sono bianchi
e le tue mani -
ma nei due specchi
del tuo viso bianco
si è conservata l'estate:
terra, per i prati sollevati all'invisibile
fonte, per i pavidi cerbiatti verso notte -
Ma gemendo cado nel tuo bianco
nella tua neve -
da cui lieve la vita s'allontana
come dopo una preghiera detta fino in fondo -
Oh, addormentarsi nella tua neve
con tutto il dolore dell'alito ardente del mondo.
Mentre le dolci linee del tuo capo
già sprofondano nella notte del mare
verso un'altra nascita.
(Nelly Sachs)
Quanto ancora sia vivo questo vivere
non so né saprò mai – o forse temo
di saperlo. Misuro, giorno dopo
giorno, una distanza che si amplifica.
Disegno linee, calcolo percorsi
su strade che si incrociano e si perdono,
simile ad un cartografo che bràncoli
nella foschia in cerca di una terra.
Mi volgo ora in avanti ed ora indietro,
sempre più lento. Chiudo gli occhi; li apro.
Sono stanco. Non ho illusioni. So
di aver perduto ormai l'orientamento.
mercoledì, 06 ottobre 2004
Non odio più. Non amo più. Domani
la notte forse schiarirà, ed un brivido
- calore o gelo - mi farà di colpo
trasalire ad un'alba
di cristallo, straniera.
Altro non so,
ora, che questo
presagio di una resa.
giovedì, 16 settembre 2004
Il poeta che più di ogni altro mi affascina e mi coinvolge da sempre è forse Baudelaire. Come mi identifico nelle sue infinite contraddizioni! Lui che è gelidamente classico e appassionatamente romantico, supremamente ascetico e torbidamente erotico, tutto ghiaccio e tutta fiamma. Lui che mi appare come un alter ego perfetto: lo specchio luminoso delle mie ansie e della mia fragilità. Lo leggo e lo rileggo da quando ero un ragazzino. E mi sono anche provato a tradurlo. Ecco un mio tentativo. Il sonetto – buio e disperato per il contenuto, ma solare per la forma e la versificazione – si intitola Semper eadem.
"D'où vous vient, disiez-vous, cette tristesse étrange
montant comme la mer sur le roc noir et nu?"
Quand notre cœur a fait une fois sa vendange,
vivre est un mal. C'est un secret de tous connu,
une douleur très-simple et non mystérieuse,
et, comme votre joie, éclatante pour tous.
Cessez donc de chercher, ô belle curieuse!
et, bien que votre voix soit douce, taisez-vous!
Taisez-vous, ignorante! Âme toujours ravie!
Bouche au rire enfantin! Plus encor que la vie,
la mort nous tient souvent par des liens subtils.
Laissez, laissez mon cœur s'enivrer d'un mensonge,
plonger dans vos beaux yeux comme dans un beau songe
et sommeiller longtemps à l'ombre de vos cils!
“Perché – tu mi dicevi – questa strana tristezza
che sale come l’alta marea sopra gli scogli?”
Quando il cuore ha già fatto ormai la sua vendemmia,
vivere è solo un male: è un segreto notissimo;
un dolore ben semplice, per nulla misterioso
e, come la tua gioia, a chiunque palese.
Smetti dunque, mia bella curiosa, di cercare
e, benché la tua voce sia così dolce, taci!
Taci, perché non sai. Anima sempre in estasi!
Bocca d’una bambina! Più ancora che la Vita,
con dei lacci sottili può legarci la Morte.
Lascia che la mia anima s’inebri di un inganno,
che affondi nei tuoi occhi come dentro un bel sogno
e all’ombra lungamente dorma delle tue ciglia.
lunedì, 13 settembre 2004
La ricetta potrebbe essere: volgere le spalle ad un presente che dà soltanto angoscia, guardare in alto, il più in alto possibile. Be', non conosco nulla di più alto della poesia di Shakespeare. E quindi rileggo un suo sonetto. E mi cimento in una sua difficilissima, forse impossibile versione.

Let me not to the marriage of true minds
admit impediments. Love is not love
which alters when it alteration finds,
or bends with the remover to remove.
O no! it is an ever-fixed mark
that looks on tempests and is never shaken;
it is the star to every wandering bark,
whose worth's unknown, although his height be taken.
Love's not Time's fool, though rosy lips and cheeks
within his bending sickle's compass come:
love alters not with his brief hours and weeks,
but bears it out even to the edge of doom.
If this be error and upon me proved,
I never writ, nor no man ever loved.
Ad un'unione fra due salde anime
non si dia fine. Amore non è amore
se muti quando trovi mutamento
o vada via davanti a un andar via.
Oh no! E' un faro immobile per sempre,
che guarda alle tempeste e mai ne è scosso;
è la stella per ogni nave errante:
di altezza certa e pur di essenza ignota.
Non è del Tempo Amore, benché labbra
e guance segni la sua falce arcuata.
Né muta Amore in ore o settimane,
ma dura fino all'ultimo Giudizio.
Se si possa provare che è un errore,
mai non ho scritto e mai nessuno ha amato.
Ancora Apollinaire a farmi compagnia in questo momento di tristezza.
Passons passons puisque tout passe
Je me retournerai souvent
Les souvenirs sont cors de chasse
Dont meurt le bruit parmi le vent.
Che si potrebbe tradurre più o meno così:
Passiamo dunque, poiché tutto passa.
Mi volterò più d'una volta indietro.
Sono i ricordi simili a quei corni di caccia
il cui richiamo va morendo al vento.
Occhi cercano inquieti
occhi d'ambra, che fuggono.
Ciglia d'oro, nell'aria,
si sfiorano, si eludono;
e labbra senza ombra
né peso, con più pena,
si dischiudono. Pure
non è questo, non è
ancora (tu lo sai,
forse) amore - questi occhi
dorati, queste labbra,
questo strazio indolore
(tu lo sai) non può essere,
non può essere - amore.
mercoledì, 15 ottobre 2003
Ti risvegli. Sei nudo. Nel deserto.
Dietro le dune già declina un sole
color del sangue. L'ora è tarda. Presto
cadrà la notte: e questo solo è certo.
venerdì, 26 settembre 2003
Che il due si faccia uno e l'uno due,
e il due di nuovo uno e così via:
è il ritmo dell'amore, la sua antica
ragione, la sua umile follia.
martedì, 23 settembre 2003
La presenza di te è la tua assenza.
Il tuo silenzio è la parola che
mi rivolgi ogni giorno. Il tuo non essere
è la mia sola verità qui ed ora.
Mi muovo nel tuo vuoto. Mi conduce
la mano d'aria che da te mi è porta.
Sei tutta luce, e non sei più. Il tuo volto
è la maschera d'oro di una morta.
Che alla parola ceda la parola.
Che la voce sia voce di se stessa
e di null'altro. Che la lingua sia
benedetta da chi la parla. Che ogni
dire si sciolga in questa ecolalia,
e vi si fermi - lo strazio ed il tempo,
la memoria e l'orrore trasformati,
come per grazia, in sillabe e silenzio.
mercoledì, 03 settembre 2003
"Recito l'Ave Maria, il Credo e il Padre Nostro
malgrado la mia orrenda miscredenza.
Non spetta a me sentenziare su Inferno e Paradiso.
Ma in questo mondo troppo è l'orrore, troppa la laidezza.
Deve pur esserci da qualche parte il bene, la verità,
ossia deve pur esserci un Dio".
(Czeslaw Milosz)
Com'è stato imprevisto il tuo abbandono!
Proprio nel momento in cui io naufragavo
nelle onde del tuo piacere
tu mi hai lasciato
e forse mi hai salvato la vita
ma maledetti coloro che salvano i poeti per
ignoranza
rendendoli creature sconfitte.
(Alda Merini)
Trovo che le liriche della Merini sfiorino a volte la perfezione. E dire che si tratta di una poesia costruita con mezzi semplicissimi: parole banali, una sintassi quasi prosaica, un discorso lineare. Eppure c'è dentro un ritmo che è tutto una musica. Un ritmo che è vita. E un dolore dell'anima che si scioglie in pura luminosità; in consolazione e poesia.
mercoledì, 27 agosto 2003
I hide myself within my flower,
that fading from your Vase,
you, unsuspecting, feel for me -
almost a loneliness.
Io mi nascondo nel mio fiore, / perché quando appassisca nel tuo vaso, / senza saperlo tu provi per me / quasi una solitudine.
(Emily Dickinson)
CANZONETTA TRISTE
Non ho mai smesso di
pensare a te, amore.
Ma non c’è più la pena.
E’ anestesia del cuore.
Non c’è più l’ansia né
la febbre di vederti.
Non gioia, non dolore.
E’ anestesia del cuore.
Eppure non ho smesso,
mai smesso di pensarti.
Ma l'anima non duole.
E' muta. Come vuota.
Ripenso al nostro amore
e non so dire nulla.
Non trovo le parole.
E' anestesia del cuore.
Prima di te nient'altro che fantasmi,
un inferno di affanni per il cuore,
quel povero passato che tu plasmi
come plasmi il mio corpo nell'amore.
(Patrizia Valduga)