Tutta una vita per imparare ad essere soli, in bilico sui propri ricordi, senza vertigini, senza il bisogno di afferrarsi alle mani di un altro che sappia trattenerci per qualche attimo sull’orlo del baratro. Senza chiamare aiuto. Senza chiudere mai gli occhi.
È morta Alda Merini. Quando muore un poeta, è come se il mondo si restringesse: come se si facesse più silenzioso, perché ha perso quell’unica, inconfondibile voce; e più povero, più oscuro, perché non c’è più, a dargli luce, quel frammento pur minimo di bellezza che erano le liriche dello scomparso o della scomparsa. Ne restano i versi; che rischiano però di apparire a noi lettori sempre più freddi e quasi inerti, ora che la mente viva che li aveva creati si è dissolta per sempre.
Non si può, tuttavia, che tornare a rileggerli, a farli risuonare nella nostra anima. Perché è questo l’unico modo che abbiamo per ricordare il poeta, per dire no alla sua (alla nostra) morte.

Gli inguini sono la forza dell’anima,
tacita, oscura,
un germoglio di foglie
da cui esce il seme del vivere.
Gli inguini sono tormento,
sono poesia e paranoia,
delirio di uomini.
Perdersi nella giungla dei sensi,
asfaltare l’anima di veleno,
ma dagli inguini può germogliare Dio
e sant’Agostino e Abelardo,
allora il miscuglio delle voci
scenderà fino alle nostre carni
a strapparci il gemito oscuro
delle nascite ultraterrestri.