TRACCE - La mia vita. I miei pensieri. Letteratura. Poesia.

 



giovedì, 20 novembre 2008
 

         Raccontino malinconico

Si sono rivisti dopo tanti anni. Un incontro brevissimo: solo pochi minuti, fra un treno e l'altro, alla stazione Centrale di Milano.

In mezzo alla folla lui l'ha subito riconosciuta. Come se si fosse trovato di fronte ad un proprio pensiero e l'avesse visto di colpo prendere forma reale. Se stesso fuori da se stesso. Quasi un miracolo.
Dolore? Gioia? Un'emozione strana, per lui: la stessa di allora, quella che provava ogni volta che la vedeva, eppure molto diversa. Più intensa forse, ma anche più innaturale. Come se stesse recitando, adesso, una parte. Di colui che ricorda. Di colui che soffre, ricordando.

"Sei sempre bella" ha mormorato camminandole accanto lungo il marciapiedi, tanto per dire qualcosa. Con il braccio le sfiorava il braccio. Curioso: gli pareva che lei si fosse rimpicciolita.
"Non scherzare, ti prego" ha mormorato lei: la stessa voce rauca, lo stesso sguardo incerto di una volta. Ha alzato in fretta la mano; si è scostata un ciuffo di capelli dalla fronte; ha tossicchiato: come faceva sempre, quando era nervosa.

"Devo scappare, sai. Mio... mio marito mi aspetta, sul treno". Lui ha abbassato gli occhi. "Sì, mi sono sposata. Due anni fa".

"E' buffo" si è limitato a dire.

"Sì... è buffo" ha sussurrato lei. Si è fermata, lo ha guardato negli occhi per un momento. A bassissima voce, lentamente, ha sillabato il nome di lui. Come una volta. Poi è salita sul treno.
E' rimasto immobile a fissare per qualche secondo la porta della carrozza, trasognato, indeciso; finché si è girato di colpo e a testa bassa, quasi correndo, si è diretto verso la biglietteria, come se fuggisse, il cuore colmo di amarezza.

Aveva voglia di piangere e insieme di ridere.

"Già, sarebbe proprio buffo – si diceva, trafelato – se adesso perdessi anche il treno. Così, senza nessun motivo. Ancora una volta. Come uno stupido...".

 

***

 

Guarda dal finestrino con gli occhi semichiusi. Vorrebbe fermare alcune immagini del mondo di fuori – un casolare, un albero isolato, una macchina lontana – ma le sfuggono via, come i suoi pensieri, che non riesce a fissare su nulla. La cadenza ritmica dell'andatura del treno la stordisce: la fa scivolare in un inquieto stato di sopore, interrotto a tratti da pause di netta lucidità. Guarda per un momento il marito, seduto davanti a lei a leggere il giornale. Il suo presente. Poi richiude gli occhi, come per negare il senso di amarezza che le ha oscurato per un attimo la mente; e il pensiero le scivola, per una sorta di infantile e tuttavia innocua rivalsa, al suo passato. Esiste ancora - si chiede? Forse sì, come quella grande pianura velata dalla nebbia di là dal vetro; ma è ormai senza peso, lontanissimo e irraggiungibile. E anche se lui, proprio lui, le ha parlato e le ha sorriso e le ha stretto la mano – soltanto pochi minuti sono trascorsi, ha ancora negli occhi l'immagine del suo volto, appena invecchiato, appena un poco diverso da come lo ricordava – non ha più realtà di un fantasma, adesso, per lei. Potrebbe essere l'immagine di un sogno. Forse, chissà, la sua apparizione alla stazione di Milano non è stata nulla di più.

"Un po' di malinconia?" chiede il marito senza alzare gli occhi dal giornale, con quel tono vagamente ironico - indizio di self control, di intelligenza, di freddezza emotiva – con cui si esprime sempre e che lei ammira, ma non è mai riuscita ad accettare pienamente.

Gli sorride, cauta, le labbra contratte in una smorfia come di dolore. "Non lo so... Forse sì. Forse sì". Non è capace di mentire, è un suo limite.

Sarebbe il colmo se adesso si mettesse anche a piangere.

postato da Tristano | 11:02 | commenti (7)


sabato, 15 novembre 2008
 

Patrizia Valduga. Il sesso, nei suoi versi, si fa ritmo e musica, danza e pura vocalità; si esprime come naturalmente per endecasillabi: giuste cadenze, rime perfette; si maschera, gioca, si alleggerisce; e tuttavia non occulta mai il suo fondo di oscura violenza, di dionisiaca cupezza.

*

Oh sì, accarezza dolcemente, sfiora, / ma minaccia ogni furia e ogni violenza; / lentamente... non dentro, non ancora... / portami a poco a poco all'incoscienza.

*

Tu, misterioso spirito gentile, / fammi la guardia come un carceriere: / che non nasconda più, vanesia e vile, / verità vergognose e voglie vere.

*

Giura che mi terrai nuda e legata / per una notte intera, a luci spente; / che se mento sarò martirizzata / a mezzogiorno, irrevocabilmente.

*

Fa' presto, immobilizzami le braccia, / crocefiggimi, inchiodami al tuo letto; / consolami, accarezzami la faccia; / scopami quando meno me l'aspetto.

*

Facciamo che tu sei il mio professore; / io l'allieva che dice la lezione. / Tu mi lisci la fica e ad ogni errore / mi fai venire come punizione.

*

Sei il mio temibilissimo signore / e sconto le mie colpe di buon cuore; / sarò paziente sotto il tuo furore, / ma ti prego di avere un po' di odore.

*

Piscia, ma a patto che ti tenga io il cazzo: / proprio così, se vuoi che lo ribaci. / Guarda guarda... ti fingi in imbarazzo? / Quanto mi piaci! Dio! quanto mi piaci.

postato da Tristano | 14:57 | commenti (3)


domenica, 09 novembre 2008
 

A volte, quando è solo, pronuncia a bassa voce il nome di una donna che ha amato in tempi lontani: solo questo gli basta per sentire di colpo, quasi fisicamente, la propria solitudine attuale come una condanna – come una colpa.

postato da Tristano | 23:57 | commenti (7)


martedì, 04 novembre 2008
 

Una delle grandi donne del ‘900: Marlene Dietrich. C’è ancora qualcuno, oggi, che sappia cantare con una tale sofferta, struggente intensità?

postato da Tristano | 12:00 | commenti (5)
 

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Qualche citazione

"Se questi miei sentimenti nascano da malattia, non so: so che, malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn'inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell'infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera" (Giacomo Leopardi, Dialogo di Tristano e di un amico).

"Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l'esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell'universo è il male; l'ordine e lo stato, le leggi, l'andamento naturale dell'universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male. Non v'è altro bene che il non essere: non altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l'universo; non è altro che un neo, un bruscolo in metafisica. L'esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un'imperfezione, un'irregolarità, una mostruosità. Ma questa imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perché tutti i mondi che esistono, per quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti né di numero né di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l'universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone della infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla" (Giacomo Leopardi).

"Confessò a se stesso di cercare il paradiso in terra e che era questo il motivo della sua depressione" (Peter Handke).

"Un'intelligenza acuta per distruggermi, e un potere di sogno desideroso di distrarmi... Una volontà morta e una riflessione che la culla come un figlio vivo..." (Bernardo Soares / Fernando Pessoa).

 

Qualche libro che ho appena letto

Antonio Tabucchi, Tristano muore
(beh non si può dire che sia molto benaugurante per me, ma che farci? Tabucchi è un grande scrittore...)

Bruce Chatwin, Le vie dei canti

Iosif Brodskij, Dall'esilio

Eric-Emmanuel Schmitt, Milarepa

Cees Nooteboom, Il giorno dei morti

 

 


 
 
 
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