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È morta Alda Merini. Quando muore un poeta, è come se il mondo si restringesse: come se si facesse più silenzioso, perché ha perso quell’unica, inconfondibile voce; e più povero, più oscuro, perché non c’è più, a dargli luce, quel frammento pur minimo di bellezza che erano le liriche dello scomparso o della scomparsa. Ne restano i versi; che rischiano però di apparire a noi lettori sempre più freddi e quasi inerti, ora che la mente viva che li aveva creati si è dissolta per sempre.
Non si può, tuttavia, che tornare a rileggerli, a farli risuonare nella nostra anima. Perché è questo l’unico modo che abbiamo per ricordare il poeta, per dire no alla sua (alla nostra) morte.

Gli inguini sono la forza dell’anima,
tacita, oscura,
un germoglio di foglie
da cui esce il seme del vivere.
Gli inguini sono tormento,
sono poesia e paranoia,
delirio di uomini.
Perdersi nella giungla dei sensi,
asfaltare l’anima di veleno,
ma dagli inguini può germogliare Dio
e sant’Agostino e Abelardo,
allora il miscuglio delle voci
scenderà fino alle nostre carni
a strapparci il gemito oscuro
delle nascite ultraterrestri.
Anche nella più normale e più casta amicizia fra un uomo e una donna, anche nella conoscenza più fugace – un contatto di lavoro, un vedersi per strada, meno ancora – in ogni caso i corpi sono sempre là e restano in agguato, con le loro sottilissime accensioni, i loro brividi camuffati, i loro languori e i loro spasimi incontrollabili. Ma viceversa, anche nel rapporto sessuale più silenzioso e impersonale, più duro e più estremo – ad esempio nelle cadenze raggelate di un rituale porno –, l’anima non può non fare capolino a tratti, non fosse altro che in uno sguardo rapido o in un gemito trattenuto o in un gesto frettoloso e convulso (che parlerà anzi più espressivamente e persuasivamente di qualunque parola formulata a chiare lettere).
domenica, 18 ottobre 2009
Quella misteriosa capacità che hanno le cose, anche più piccole e trascurabili, di impregnarsi di elementi spirituali, giungendo ad acquistare per noi echi significativi e risonanze simboliche, fino quasi a parlarci, sia pure confusamente o per enigmi – come se la nostra anima, di tempo in tempo, avesse bisogno di uscire dall’astrattezza e, per riscoprire la specificità di un’emozione, il gusto preciso di un ricordo, l’intensità di un sentimento, dovesse appoggiarsi a dei minimi “oggetti” concreti: una fotografia, la pagina di un romanzo, un biglietto del treno – meno ancora: una sfumatura di colore, il fruscio del vento tra le foglie, lo sciacquio della risacca su una spiaggia di sera.
Si scrive, a volte, come sul ciglio di un abisso, per non farsi prendere dalle vertigini, per afferrarsi ad un appiglio, per non scivolare nel vuoto. Oppure, ed è lo stesso, per svegliarsi dal sonno, per aprire gli occhi, per rendersi conto davvero di esistere.
domenica, 20 settembre 2009
“Il presidente ha una caratteristica che balza agli occhi di chiunque lo avvicini: mentre gioca a bocce o beve birra, durante la notte o quando copula; persino nelle sedute parlamentari che presiede da quando si è verificato il gran cambiamento. Più di un movimento delle sue mani lascia trasparire questa caratteristica, inspiegabile a tutti, e che tuttavia appare così evidente da non sfuggire nemmeno ai profani. Si sostiene che la sua origine vada ricercata in un processo che non si può, né si vuole, più arrestare. Si richiamano alla memoria momenti in cui si sono percepiti fenomeni che potrebbero averla determinata. In realtà tutti sanno di cosa si tratti. Nel timore di poter essere chiamati a risponderne, evitano di parlarne o discuterne in pubblico. Anzi, confondono accuratamente le tracce. Ma non la si trova solamente nella coda dell’occhio del presidente. C’è anche in altri punti del suo corpo, opulento e inquieto. Nei suoi stessi sogni. In chiunque la riconosca produce una tensione che col tempo si tramuta in contagio. Sino ad esserne invasi. Non è nient’altro che la brutalità” (Thomas Bernhard).

Bernhard coglie con straordinaria precisione quel momento in cui si fa manifesto, nell’uomo che detiene il potere, il segreto profondo della politica, tenuto di solito accuratamente nascosto: il segreto della violenza, della violenza brutale. A volte questa verità sempre celata si manifesta in segni minimi, più sottili ancora di quelli descritti dallo scrittore austriaco: un sorriso che sembra mutarsi in una smorfia, un gesto troppo brusco, un momentaneo offuscarsi dello sguardo. Ma sono segni rivelatori, che bastano a far correre un brivido di paura nella schiena di chi si trovi ad osservarli.
venerdì, 18 settembre 2009
La felicità non si presenta mai come tale, ma sempre sotto la forma di quella quasi-felicità – pienezza di vita, soddisfazione erotica, armonia con il mondo – di cui non ci rendiamo pienamente conto se non dopo che si è dileguata, lasciando il campo alla delusione e allo sconforto di sempre: quella quasi-felicità che di fatto è per noi – ma lo riconosciamo sempre tardi, troppo tardi – la sola, fuggevole possibilità che ci sia data in questa vita di essere, almeno in parte, felici.
lunedì, 14 settembre 2009
So per certo che ogni minima fiammata di felicità che io possa vivere oggi mi brucerà la carne ed il cuore domani, e dovrò scontarla con inevitabili, con lunghissime sofferenze. Ciò nonostante non voglio – né posso – dire di no anche soltanto all’eventualità che questa fiammata si accenda, qui e adesso, per me.
domenica, 06 settembre 2009
Al ritorno dale vacanze, riprendendo le attività consuete, si prova come un senso di spaesamento, quasi di vertigine. Si deve rientrare nel proprio ruolo sociale, adeguarsi alle antiche abitudini, indossare la maschera che per mesi o per anni si era indossata: c’è che si chiude di nuovo nell’ufficio di sempre, chi si ritrova davanti i medesimi colleghi, chi torna a sfogliare le stesse carte, a confrontarsi con gli stessi problemi. E non si riesce, almeno all’inizio, a evitare il sospetto che i calcoli non tornino: che si stiano volgendo le spalle a ciò che è essenziale, a ciò che veramente si è o si vorrebbe essere – qualcosa che forse, durante l’estate, abbiamo intuito vagamente, ma che adesso purtroppo abbiamo dimenticato e balùgina appena, per noi, come un’immagine onirica indefinita e ormai irraggiungibile.
mercoledì, 02 settembre 2009
L’insonne è come un angelo dalle ali tarpate: non più in grado di sorvolare dall’alto, come durante il giorno, i minuti e i secondi, con l’inconsapevole scioltezza di chi guarda lontano e non vede nulla sotto di sé, si ritrova adesso impigliato in ogni frammento di tempo, in ogni attimo, in ogni singolo tic-tac di orologio, come preso in una pània da cui non riesce più, per quanti sforzi possa fare, a tirarsi fuori.
Siamo pesanti. Scendiamo. Precipitiamo. Non è altro, il tempo.
Quante volte mi è capitato di guardare alla vita che ho trascorso con lo stesso stupore disincantato che traspare dalle parole di Marguerite Duras, quando dice, rievocando se stessa e il proprio passato: “La storia della mia vita non esiste. Non c’è un centro. Non c’è un percorso, né una linea portante. Ci sono vasti spazi dove si è fatto credere che ci fosse qualcuno, ma non è vero, non c’era nessuno”.
“C’era una volta una bambina che nacque e si chiamava Ida. La sua mamma le aveva impedito con le sue stesse mani di nascere ma quando venne il momento Ida venne al mondo. E quando venne Ida, con lei venne la sua gemella, così che fu Ida-Ida. La mamma era dolce e gentile e anche il papà. Tutta la famiglia era dolce e gentile, meno la prozia. Questa era la sola eccezione”.
Così inizia uno dei romanzi più strampalati e poetici, più indecifrabili e bizzarri del Novecento: Ida di Gertrude Stein. Ipersperimentale e iperintellettuale, è tuttavia infinitamente più aereo e leggero, che so, dell’Ulisse di James Joyce. È chiaro di una chiarezza cristallina, ma ambiguo come un sogno oscuro da interpretare. Godevolissimo da leggere, ma inafferrabile e, al fondo, radicalmente incomprensibile. Insomma, è ciò che dovrebbe essere in ultimo ogni grande opera letteraria: un piacere per l’anima e un mistero per l’intelletto.

Questo senso di vergogna che la degenerazione della politica attuale finisce col provocare: come se la perversione dei nostri politici si riverberasse su di noi, ci contaminasse, ci sporcasse moralmente. Come se da incubo si trasformasse in una colpa.
«Non sono un santo». Ah, la sottile attenuazione, la deliziosa litote… Il nostro premier è davvero un autentico maestro nel servirsi delle arti della retorica.
In una delle tante occasioni perdute del nostro passato, là, per un attimo, si aprì lo spiraglio giusto – avremmo potuto vedere. Ora, da sempre, già non è più possibile.
“Ho scoperto – dice il protagonista di un romanzo di David Grossman – che tra me e te c’è un cordone ombelicale che fa male quando viene teso”. Forse l’amore, la percezione dell’amore, è precisamente questo dolore acuto che si prova quando il cordone ombelicale viene teso. E purtroppo, quando si è innamorati, il cordone ombelicale viene sempre teso, istante dopo istante.
(Fra parentesi il romanzo ha come titolo una stupenda espressione di Kafka: Che tu sia per me il coltello).
Ogni oggetto bello è opaco – nasconde. E gli occhi si affaticano a lungo e vanamente a percorrerne la superficie e a penetrarne gli interstizi, per cogliere anche solo qualche indizio che appena possa trapelarvi di ciò che è oltre, nascosto.
I credenti non sono spesso che atei in malafede – e viceversa.
mercoledì, 24 giugno 2009
La sistematica distorsione della verità, che è ormai diventata una delle caratteristiche più inquietanti del potere politico in Italia, si manifesta sul piano linguistico nella deformazione metodica dei termini più corretti ed appropriati. Che cosa c’è di meglio ad esempio, se si agisce al di fuori della morale (basta pensare a certi comportamenti non precisamente raccomandabili del nostro premier), che accusare gli avversari di ‘moralismo’? E se non si rispetta proprio scrupolosamente la giustizia (come sopra), è certo che coloro che avranno qualcosa da eccepire verranno bollati come dei ‘giustizialisti’. Inutile dire, poi, che chiunque oserà lamentarsi dell’eccessivo intervento delle gerarchie ecclesiastiche nella vita pubblica italiana verrà subito tacitato con l’infamante accusa di essere, invece che un laico, un ‘laicista’.
All’eclisse dei termini corretti – moralità, giustizia, laicità – corrisponde il trionfo di comportamenti che non solo tradiscono i valori significati da quei termini, ma che si autogiustificano deturpandoli e violentandoli: la moralità diventa così ‘moralismo’, la giustizia ‘giustizialismo’, la laicità ‘laicismo’.
Il desiderio sessuale: questo richiamo che proviene da una regione profondissima dell’anima, come lo spasimo di una ferita invisibile.
La poesia sta alla storia come una bottiglia che galleggi sull'acqua sta al mare. Ma non v'è alcun messaggio nella bottiglia della poesia. Il naufrago che l'ha affidata all'oceano è già affogato – perduto per sempre. La sua bottiglia è vuota.
Ed ancora Ungaretti, questo grande, grandissimo poeta oggi forse un po’ troppo dimenticato. Sono i versi conclusivi di Canto:
...
E la crudele solitudine
che in sé ciascuno scopre, se ama,
ora tomba infinita,
da te mi divide per sempre.
Cara, lontana come in uno specchio…
...
Nell’ultimo, straziato endecasillabo è espressa tutta la dolorosa ambiguità dell’amore: che è come uno specchio in cui ci riflettiamo e ritroviamo noi stessi, e insieme una linea divisoria che ci separa irrimediabilmente dall’oggetto del nostro desiderio. La stessa distanza infinita di un’immagine speculare: talmente vicina che sembra quasi di poterla toccare con le dita, e tuttavia inafferrabile.
Sorpresa
dopo tanto
di un amore
Sembra un haiku giapponese. Sono invece tre versi di Ungaretti, che uniti insieme – come accade spesso con i suoi frammenti a volte brevissimi – formano un classico endecasillabo. Ma un endecasillabo tutto pause, tutto silenzi interni, come penetrato di aria e di luce; tanto delicato e leggero quanto musicalmente perfetto – e misterioso, intraducibile, come la stessa esperienza d’amore a cui dà voce.
Ormai lo stesso incubo, ad ogni scadenza elettorale. La stessa angoscia. Ma com'è possibile? E vincerà di nuovo lui?

Mi rannicchio in posizione fetale nel grembo vellutato della notte.
Ciò che è atroce è tenuto a distanza. Tutto è buio, di nuovo.
Null’altro – e ne sono rasserenato – che buio.
Non amiamo mai quella donna particolare; è sempre ad altro che si volge il nostro desiderio – ad un paesaggio, ad un’atmosfera, ad una sensazione. Ma è un "altro" che solo in quella donna si dà, adesso e per sempre, e che mai si darà a noi in un modo diverso.
mercoledì, 13 maggio 2009
Forse la giovinezza è solo questo:
perenne amare i sensi e non pentirsi.
(Sandro Penna)
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“Un visage semblable à tous les visages oubliés” (Paul Eluard). Un viso che somiglia a tutti i visi dimenticati…
C’è poco da dire: con cinquant’anni di anticipo, e pur avendo avuto la fortuna di non conoscere né Berlusconi né Emilio Fede, Ennio Flaiano aveva capito tutto, ma proprio tutto.
Osservava che “gli italiani sono irrimediabilmente fatti per la dittatura”. E questo perché – aggiungeva – “gli italiani corrono sempre in aiuto del vincitore”.
Poteva annotare del resto (ed è cambiato forse qualcosa da allora?): “La situazione politica in Italia è grave ma non è seria”.
E quanto al futuro, ahimé, prevedeva questo: “Fra 30 anni l’Italia sarà non come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione”.
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Certo, si dice: sventurato colui che non muore e non rinasce almeno una volta nella sua vita. E forse è davvero così. Tuttavia, come dimenticare l'umorismo atroce del grande Stanislaw Lec? "Soltanto i cadaveri possono risuscitare. Per i vivi è più difficile".
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Qualche citazione
"Se questi miei sentimenti nascano da malattia, non so: so che, malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn'inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell'infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera" (Giacomo Leopardi, Dialogo di Tristano e di un amico).
"Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l'esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell'universo è il male; l'ordine e lo stato, le leggi, l'andamento naturale dell'universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male. Non v'è altro bene che il non essere: non altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l'universo; non è altro che un neo, un bruscolo in metafisica. L'esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un'imperfezione, un'irregolarità, una mostruosità. Ma questa imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perché tutti i mondi che esistono, per quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti né di numero né di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l'universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone della infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla" (Giacomo Leopardi).
"Confessò a se stesso di cercare il paradiso in terra e che era questo il motivo della sua depressione" (Peter Handke).
"Un'intelligenza acuta per distruggermi, e un potere di sogno desideroso di distrarmi... Una volontà morta e una riflessione che la culla come un figlio vivo..." (Bernardo Soares / Fernando Pessoa).
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Qualche libro che ho appena letto
Antonio Tabucchi, Tristano muore (beh non si può dire che sia molto benaugurante per me, ma che farci? Tabucchi è un grande scrittore...)
Bruce Chatwin, Le vie dei canti
Iosif Brodskij, Dall'esilio
Eric-Emmanuel Schmitt, Milarepa
Cees Nooteboom, Il giorno dei morti
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